Viaggi e Baci

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Piccolo omaggio a un grande uomo

Il mio funerale è stato molto bello, proprio come volevo. Sono venuti tutti quelli che desideravo venissero, ne ero orgoglioso. (…) Alcuni erano cari amici, altri nemici, il segretario particolare  e altri vecchi funzionari del Consiglio ritiratisi presto dalla vita attiva, i miei amici della scuola, altri che non capivo come e dove avessero saputo della mia morte, parenti e amici, un gruppo abbastanza numeroso di giovani, serio e importante. (…)
Adesso sono su un piano completamente diverso, e la mia anima, dopo aver sofferto sulla terra per anni, è molto serena di aver ritrovato se stessa. (…)
Mentre morivo in questa gioia di colori, capii anche perchè mi stavo rilassando come se mi liberassi di una camicia troppo stretta: d’ora in poi nulla mi era vietato, e disponevo di spazio e tempo illimitati per vivere in ogni epoca e in ogni luogo.

Sono passati solo pochi minuti dalla lettura di queste parole quando vengo a sapere della scomparsa di Steve Jobs.
A dirle è Zio Effendi, uno dei protagonisti di Il mio nome è Rosso di Orhan Pamuk. Un uomo che ama il suo lavoro, che ha dedicato la sua vita al bello, che si è circondato dei migliori talenti dell’epoca, che persegue obiettivi che i suoi contemporanei non osano nemmeno sognare. Un uomo disposto a sacrificare letteralmente la sua vita per realizzare un’idea rivoluzionaria e blasfema per i più.
Un uomo che per molti aspetti assomiglia a Steve Jobs, anche se è solo un miniaturista nella corte del Sultano di Istanbul.

Certo … il fondatore della Apple non avrà bisogno di chiedersi come e dove il mondo ha saputo della sua scomparsa e noterà maggiormente la presenza di un “gruppo abbastanza numeroso di anziani” tra le schiere di coloro che in questi giorni gli rendono omaggio davanti agli Apple Store in ogni angolo del pianeta. Ma tralasciando queste piccole differenze legate alla contingenza storica in cui i due sono vissuti e quelle relative alle modalità in cui sono passati a miglior vita, le sommiglianze sono davvero impressionanti e vien fatto di pensare che non siano loro esclusiva, ma un patriomonio comune ai grandi della nostra umanità.

Mentre milioni di uomini stringono tra le mani le sue invenzioni come segno di cordoglio, io, che non ne ho mai posseduta una, non posso far altro che sentire un grande vuoto in fondo all’anima per la profonda consapevolezza di aver perso un grande uomo.
Non potrò ricordarlo muovendo il mouse di un Mac o scattando una foto con l’i-phone che non ho, ma voglio ricordarlo semplicemente così … come uomo capace di credere nei propri sogni e di far fronte a testa alta alle mille difficoltà che la vita sempre regala.

Lo voglio ricordare con i suoi jeans, le scarpe da ginnastica e l’immancabile lupetto nero (pezzo, quest’ultimo, a cui tra l’altro sono strettamente legata da vicende personali). Un abbigliamento informale e da uomo qualunque, a dimostrazione che si può rimanere semplici fuori e dentro anche quando i conti in banca superano ogni migliore aspettativa.

Lo voglio ricordare in lacrime, come sarà certamente stato dopo che il consiglio d’amministrazione lo ha cacciato dalla sua Apple, quando la concorrenza sembrava aver vinto la battaglia per la conquisa del mercato informatico, o mentre i medici gli diagnosticavano il male incurabile che se lo è portato via.
Queste, e altre lacrime, lo rendono simile a tutti noi e lo fanno scendere dal piedistallo in cui folle adoranti di fans lo vorrebbero collocare ora che ci ha lasciati. Ma soprattutto sono lacrime che ci danno un’idea della sua grandezza, dell’inesauribile forza di volontà e della dignità con cui ha affrontato e spesso superato i momenti più difficili.

Lo voglio ricordare bambino, mentre cerca di capire il perchè dell’abbandono da parte dei suoi genitori e di mettere a fuoco la sua condizione di sangue misto, o bastardo come lo avrà certamente deriso qualcuno. Una condizione che nel tempo ha dato i suoi frutti e che nel giorno della sua scomparsa è stata capace di unire al cordoglio del suo paese natale quella Siria lontana, non solo geograficamente parlando, da cui proviene metà del suo Dna.

Lo voglio ricordare con la penna in mano, intento a seguire il corso di calligrafia all’università. Perchè è dal bello che nasce la genialità ed è con la creatività che si possono aggirare gli ostacoli e trovare nuove soluzioni ai problemi, talvolta con risultati rivoluzionari come nel suo caso.
Arte e scienza (oggi tecnologia) non sono due universi separati, ma le facce di una stessa moneta. Lo sapeva bene Leonardo, e lo ha capito e messo in pratica nel migliore dei modi anche colui che passerà alla storia come il guru dell’informatica.

E infine lo voglio ricordare alle prime luci dell’alba, nel silenzio della sua villa, immerso nella meditazione buddista. Perchè sono certa che è lì, in quei momenti di silenzio, dove tutto tace e la mente può vagare libera dal pensiero, che ha trovato il senso del tutto e le risposte a molte domande. Domande che vanno oltre ai difficilissimi calcoli che ormai anche un bambino può fare con l’aiuto di uno dei suoi computer, ma davanti alle quali anche i più saggi spesso tentennano. Ed è lì che ha certamente trovato la forza di affrontare l’ultimo periodo con dignità, dando un messaggio di speranza e indicando una via a tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo a Stanford e alle migliaia di giovani che stanno cercando di inventarsiun futuro.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 ottobre 2011 da in pensieri e parole.

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