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Essere mamma e papà di una “maglia rosa”

Si può saltare di gioia e avere gli occhi lucidi quando a indossare la prima maglia rosa del Giro d’Italia è un americano?
Sì, si può! Ve lo garantisco io.
Ma solo se lo yankee è Taylor Phinney.
O meglio …  Sì, si può! se è un ragazzo che hai conosciuto quando ancora non andava in bicicletta e alla cui famiglia sei legata da un’amicizia che è stata capace di crescere per 10 anni nonostante ci sia l’Atlantico di mezzo.
Scrivo queste righe non solo per complimentarmi pubblicamente con Taylor, ma per condividere con voi alcune riflessioni fatte nel corso degli anni sull’essere genitori in una famiglia di campioni.


Connie Carpenter, la mamma, è stata la prima americana ad aggiudicarsi l’oro per il ciclismo alle Olimpiadi di Los Angeles; Davis, il papà, ha vinto ben due tappe al Tour de France ed è il ciclista americano che può vantare il maggior numero di vittorie; e Kelsey, la sorella, è una sportiva inguaribile, capace di tener testa anche su un campo di calcio ai più terribili maschiacci.
In Italia una famiglia del genere se la tirerebbe a non finire. I Phinney, invece, sono delle persone semplici, assolutamente alla mano, che si affacciano al porta per un cappuccino e ti invitano al goodby party prima di tornarsene definitivamente negli USA. I loro successi professionali li scopriamo grazie agli amici che vengono a trovarli nel corso dei 3 anni in cui vivono a Marostica e agli ospiti americani che riconoscono le loro firme nel Guest Book dell’albergo.

Visto che i globuli rossi di Taylor corrono su due ruote fin dalla nascita, verrebbe naturale aspettarsi che siano stati proprio i genitori ad avviarlo sulla strada che l’ha portato ad essere per 2 volte campione del mondo, poi alle Olimpiadi di Pechino e ora a indossare la maglia rosa in Danimarca.
E invece no! Qui a Marostica, mentre i suoi genitori accolgono giornalisti sportivi e organizzano bike-camp per professionisti americani, lui sceglie di essere italiano fino in fondo e trascorre i pomeriggi a correre dietro al classico pallone da calcio.
Davis e Connie non contrastano questa passione, anzi lasciano pure la figlia intraprendere la carriera da calciatrice e se ne stanno a bordo campo a fare il tifo per un gol.
Ancora prima di essere mamma, ho sempre ammirato moltissimo questo rispetto per le scelte e le attitudini dei figli. Non vorrei essere in loro è la fase che solitamente pronuncio quando penso al destino dei figli dei famosi, ma Kelsey e Taylor li ho sempre visti liberi di esprimere le loro capacità, senza condizionamenti. E lo hanno sempre fatto nel migliore dei modi, nei piccoli gesti e nelle grandi imprese.


Un’altra cosa che ho sempre ammirato in Connie e Davis è stato il coraggio di trasferirsi a vivere all’estero con dei bambini di 8 e 11 anni. E senza conoscere nemmeno una parola di italiano!
Anzi, ora che ci penso, Kelsey mi ricorda sempre che la prima frase nella nostra lingua gliel’ho insegnata io: mamma, mi compri un gelato? Il resto l’hanno fatto i compagni di scuola e i vicini di casa: in pochi mesi i due sapevano parlare anche un ottimo dialetto veneto e corregere la pronuncia italiana dei genitori. Se oggi Taylor può rilasciare interviste in italiano al termine del Giro d’Italia e scherzare con i giornalisti è solo grazie alla coraggiosa scelta dei suoi genitori.
Ho amici che si fanno problemi a cambiare residenza tra due comuni limitrofi e genitori che rinunciano a crescite professionali che richiedono trasferimenti per non turbare la psiche dei figli. Beh! questi due ragazzi mi sembrano solo dei felicissimi cittadini del mondo, nulla di più.

Merito anche di Connie e della sua la vita è bella, la frase con cui si diverte a dimostrare i progressi nella nostra lingua. Una frase pronunciata un sacco di volte con sorriso sincero, nonostante le grosse difficoltà dei primi mesi in Italia.
E di Davis che, affetto dal morbo di Parkinsons, sceglie di non arrendersi e affrontare a testa alta la sfida più difficile da superare, fondando la Davis Phinney Foundation per supportare la ricerca che aiuti lui e altre migliaia di persone a vincere questa terribile malattia.

Ricordo che, di ritorno dalle Olimpiadi di Pechino, dove Taylor si è classificato all’ottavo posto, Connie mi ha detto è stato in assoluto il giorno più bello della mia vita. Lei che, a quelle di Los Angeles, aveva vinto l’oro.
Ricordo Kelsey che, ancora bambina, si affaccia alla porta dell’albergo con uno dei suoi sorrisi più belli: ha indosso una bandana e la maglia rosa del Giro autografata sulla spalla da Petacchi.
E ricordo Davis che, dopo un’operazione delicatissima al cervello, sorride dal suo letto nella foto che ci invia in Italia.
Con questi ricordi nel cuore, posso solo immaginare la gioia immensa che la vittoria di ieri ha portato in casa Phinney.
Vittoria, il cui significato, per questa famiglia, vale molto di più di ogni medaglia …

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7 commenti su “Essere mamma e papà di una “maglia rosa”

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  7. viaggideirospi
    6 maggio 2012

    che bel post Monica!!! letto d’un fiato e con la pelle d’oca!!! Mi ci ritrovo in pieno nelle cose che hai scritto

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Questa voce è stata pubblicata il 6 maggio 2012 da in pensieri e parole con tag , , , , .

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