Viaggi e Baci

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“Sorella del mio cuore” di C.B. Divakaruni

Il volo da Jakarta a Dubai è un concentrato di umanità. Nessun sedile vuoto. Dalla prima all’ultima fila è tutto un mescolarsi di idiomi, ognuno con una meta diversa nel cuore. Qua e là qualche viso dalle sembianze occidentali, ma i più hanno occhi leggermente a mandorla e quel sorriso che ho imparato ad amare durante i giorni in Indonesia.

E poi ci sono loro. Delle chiazze di bianco e di nero sparpagliate tra i colori rumorosi di sarong e t-shirt. Sono donne vestite completamente di nero con i rispettivi mariti avvolti in tuniche immacolate e copricapi alla moda araba. Gli uomini si alzano più volte nel corso del volo. Stendono a terra la copertina dataci in dotazione da Emirates e, rivolgendosi verso l’ipotetico punto cardinale in cui si trova La Mecca, iniziano ciclicamente i loro riti di preghiera. Le donne non si alzano quasi mai, se non per andare in bagno. Sono tutte impegnate a star dietro ai bambini. Oppure hanno lo sguardo ipnotizzato dallo schermo posizionato nel sedile di fronte.

Le guardo più volte, sia all’andata che al ritorno.
Solo per un momento.
Il tempo necessario per verificare l’altezza della fessura lasciata libera davanti agli occhi. Poi abbasso rispettosa il mio sguardo indiscreto.

All’andata è solo la tipica curiosità da viaggiatrice. Il voler guardare un po’ oltre al muro del divieto. La voglia di capire il perchè di un abbigliamento ai nostri occhi così assurdo e “umiliante”.
Al ritorno, invece, c’è un motivo in più che mi porta a cercare l’incontro con quegli occhioni scuri che fanno capolino tra i morbidi lembi di stoffa nera.

Dubai Mall

Il motivo è rinchiuso tra le pagine di Sorella del mio cuore, il libro di Chitra Banerjee Divakaruni che divoro nell’arco di 16 ore di volo. O poco più.
Un libro che mi è stato suggerito da un membro del mio gruppo di lettura preferito alla domanda quale romanzo mi suggerite che abbia per tema l’Induismo?
Dopo aver divorato per mesi guide e saggi sono infatti alla ricerca di un libro più adatto alla vacanza che sta per cominciare. Lo inizio qualche giorno prima della partenza, ma poi facendo le valigie sono tentata di lasciarlo a casa per evitare problemi di peso. Per fortuna all’ultimo faccio marcia indietro e la Divakaruni si rivelerà presto un’ottima compagna di viaggio. Grazie a lei posso comprendere – o almeno iniziare ad immaginare – alcuni aspetti della cultura induista di matrice indiana a cui, nella fantastica Bali, non avevo minimamente pensato.

La trama è avvincente nella sua semplicità. Due bimbe di nobile famiglia vengono al mondo nello stesso maledettissimo giorno in cui i cadaveri dei padri vengono ritrovati in uno stagno. Allevate in un ambiente di sole donne, crescono sotto lo sguardo invidioso di altre famiglie meno abbienti e quello complice di un autista dal volto bruciato che un bel giorno bussa alla porta di casa. Tra di loro si considerano sorelle, nell’albero genealogico di famiglia sono solo cugine. In realtà il loro rapporto è ben più complicato e difficile da accettare. Almeno per Sudha, disposta a sacrificare la storia d’amore con l’uomo che ama pur di espiare le colpe di un padre che non ha mai conosciuto e di ripagare la cugina della stessa perdita.

E’ il matrimonio il nodo cruciale del romanzo. Il modo in cui viene presentato alle due ragazze, ormai donne. Il senso di inevitabile che porta con sè. Il ruolo determinante della famiglia nella scelta del miglior partito. Il rito matrimoniale in sè: prima, durante e dopo. E la completa irrilevanza dei sentimenti e desideri delle future spose.
Queste pagine mi feriscono profondamente e mi ricordano che non è tutto oro ciò che luccica. Nemmeno nella bellissima Bali, dove sembrano tutti felici e sorridenti e di cui conservo ancora il profumo tra le pieghe dei vestiti. Ad ogni pagina mi chiedo quante delle ragazzine incontrate per strada nelle aree più povere saranno costrette a fare la stessa fine.

Ancor più difficili da mandar giù i capitoli sulla maternità.
La maternità che non arriva. Quella da inseguire a suon di umiliazioni raccapriccianti per le future mamme.
La maternità non voluta. Quella che arriva per caso e poi lacera il cuore se viene interrotta involontariamente strada facendo.
La maternità sbagliata. Quella colpevole di dar la vita a un’altra donna e per questo meritevole di essere spazzata via.

Mi torna in mente lo sguardo del nostro autista che mi guarda dallo specchietto retrovisore nel momento in cui parliamo dei nostri figli.
Only one daughter, mi dice. No son.
E poi mi spiega che per lui la vita è troppo cara e quindi ha dovuto fermarsi al primo figlio, anche se femmina. Lì per lì non colgo nessun senso recondito, ma dopo aver letto queste pagine mi chiedo quanto di questa sacralità del figlio maschio sia ancora radicato nella cultura balinese. Non avrò mai il modo di saperlo visto che sono sulla strada del ritorno e non ho nessuno a cui chiedere, ma è una domanda che ancora mi brucia dentro.

ragazze in bicicletta Bali

Per fortuna Sudha è l’emblema del coraggio e alla fine riuscirà a regalarmi un finale pieno di speranze. Ribellandosi alle colpe del padre, ai piani della madre, ai voleri della suocera, alla cattiveria di quello che a tutti sembra essere il suo irrevocabile destino.
Di più non posso dire per non rovinarti il piacere della lettura,  ma ora avrai sicuramente capito cosa sto cercando tra le fessure dell’abito nero di queste mie giovani e misteriose compagne di viaggio.

Consigliato a:  chi vuol sapere qualcosa in più sull’Induismo indiano o è in procinto di partire per un viaggio in Asia. Piacerà anche agli amanti delle saghe familiari e a chi crede nell’amicizia, soprattutto quella femminile

In libreria: Sorella del mio cuore, Chitra Banerjee Divakaruni, Giulio Einaudi Editore, 2005, pag. 356

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8 commenti su ““Sorella del mio cuore” di C.B. Divakaruni

  1. Pingback: Top of the post #7: 1 settembre 2014 | mamma girovaga

  2. Annalisa Guarelli Pedrina
    29 agosto 2014

    Tanti spunti dalla lettura di questo romanzo…A me è capitato con Mille splendidi soli. È difficile capire per noi occidentali anche se è vero che fino a qualche decina di anni fa in chiesa le donne avevano la valletta e sedevano insieme. In qualche modo noi ci siamo evolute mentre per le donne musulmane in molti paesi c`è stata una involuzione…. e non credo per loro libera scelta.

    • Annalisa Guarelli Pedrina
      29 agosto 2014

      Valletta? Veletta…. (maledetto T9!)

    • viaggiebaci
      29 agosto 2014

      Dipende molto da paese a paese, almeno per quanto riguarda il velo. Delle mie numerose cognate e nipoti musulmane, alcune lo portano e altre no. E chi lo porta, lo fa per libera scelta. Tanto è vero che alcune non lo portavano quando le ho conosciute e ora lo portano quando escono.
      Forse l’abbinamento con la foto e le mie compagne di viaggio velate ha spostato un po’ troppo l’attenzione sul velo invece che sul vero argomento del libro: il matrimonio combinato e obbligatorio e l’aborto in caso il primogenito non sia maschio. Due temi a mio avviso ancor più gravi del velo in sè
      PS: Mille Splendidi Soli è semplicemente stupendo e se ti è piaciuto quel libro potrebbe piacerti anche questo

  3. viaggiebaci
    29 agosto 2014

    La lettura è la mia altra grande passione, Norma, e da una decina d’anni cerco sempre di portarmi in vacanza un libro ambientato nello stato che sto visitando o scritto da un autore locale o che vive lì. E’ un bel modo per respirare l’atmosfera locale, entrare dentro a certe abitudini e capire dettagli che si vedono per strada. Su Bali ho trovato solo un’autobiografia (molto bella), ma in vacanza voglio assolutamente un romanzo e quindi ho “ripiegato” su questo ambientato a Calcutta, ma comunque a tema “induismo”. E oserei dire che è stata un’ottima scelta …

  4. Anche se non credevo anche qui in Austria dove sono in vacanza ho incontrato diverse donne coperte di nero da capo a piedi con una sola fessura per gli occhi (influenza turca?) e mi sono posta le stesse domande, in parte: per noi è una follia ed è difficile comprendere perché loro accettino di essere completamente “nascoste” ma per loro ormai sembra essere naturale… Come sono arrivate a ritenerlo tale? E via così con questi pensieri 😀interessante il tuo libro 😉

    • viaggiebaci
      29 agosto 2014

      La tua domanda mi ha fatto venire subito in mente un’episodio della mia giovinezza che mi colpì tantissimo. Anno 1987, vacanze in Sardegna. Un giorno ci spingiamo all’interno e in un paesino troviamo tutte le donne vestite completamente di nero, con tanto di velo che lasciava fuori solo parte del viso. Lo ricordo benissimo perchè il mio fratellino di 2 anni le chiamava suore e quando abbiamo incrociato una vera suora vestita di azzurro e con la gonna al ginocchio per lui non era una suora … 🙂
      All’epoca mia nonna portava il velo per andare in chiesa (l’ha portato fino all’ultimo dei suoi giorni) e mi raccontava che da ragazza usava anche una velina per coprire il viso.
      Quindi forse la domanda andrebbe rovesciata in questo modo: che cosa ha spinto la nostra civiltà a ritenere il velo non più necessario e a pensare che mostrarsi nude ovunque sia un “valore di libertà”?
      Più che sul velo in sè la mia riflessione era sulle scelte matrimoniali: quelle donne velate hanno scelto di essere moglie degli uomini con cui viaggiavano o gli è stato imposto? E la maternità?
      Grazie per il tuo spunto di riflessione

  5. Norma
    28 agosto 2014

    Sai che non avevo mai pensato di leggere dei libri che parlano delle tradizioni o dei luoghi in cui devo andare, in effetti è una bella idea per conoscere meglio le tradizioni e la cultura di dove andrai.
    Ho sempre letto tante guide, prima di internet, e dopo ho cercato tante notizie in rete, vado sempre abbastanza informata ma prima non ho mai letto niente, però dopo mi guardo tutti i film ambientati in quel luogo.
    Ciao
    Norma

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Questa voce è stata pubblicata il 28 agosto 2014 da in i miei libri con tag , .

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