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Vacanze in Indonesia. Dalle stelle alle stalle, andata e ritorno

Della bellissima villa che ci ha accolto per una settimana tra le risaie di Bali, nei pressi del piccolo villaggio di Cepaka, ho già parlato. E’ uno di quei posti che restano nel cuore: sicuramente uno dei luoghi più suggestivi in cui mi sia capitato di dormire in giro per il mondo.
Nelle notti successive, ovviamente, siamo tornati nel regno dei comuni mortali e una sera mi sono trovata ad esclamare questa volta possiamo proprio dire di essere passati dalle stelle alle stalle. E’ stata forse la notte più “tragica” di tutta la vacanza in Indonesia, quella in cui a un certo punto mi sono chiesta chi me l’ha fatto fare. Ma andiamo con ordine … 

villa a Bali con piscina privata

tutto è nato per uno scambio casa…

Lasciata la villa ci dirigiamo verso nord, con l’intento dichiarato – e poi non soddisfatto! – di fare un po’ di snorkeling a Pulau Menjangan, la piccola isola nell’estremità nord-occidentale di Bali. Passiamo gran parte della giornata in macchina e poco prima del tramonto, che qui è sempre alle 6, arriviamo nei pressi di Lovina Beach, la più sviluppata località balneare della costa settentrionale. Non avendo prenotato nulla prima di partire e nemmeno fatto ricerche di alloggi su internet, ogni notte si rivelerà una sorpresa. Dalle stelle alle stalle, appunto. Con possibilità di ritorno non appena siamo disposti ad aprire un po’ le cinghie del portafoglio e a perdere parte del folklore locale.

Ho sentito spesso dire che in Asia si dorme da re spendendo sui 20 euro a camera e non vorrei essere la prima a smentire questa convinzione, così diffusa sul web. Penso che tutto dipende dal valore che si dà alle parole “da re”, che per la sottoscritta si avvicinano molto all’esperienza fatta nella villa di cui sopra e non a quella delle notti successive.
Diciamo che spendendo tra i 20 e i 40 euro per una camera tripla si trovano alloggi dignitosi, spesso spartani. Il concetto di pulizia varia di caso in caso e l’unica cosa che mi sento di consigliare è di portare sempre con sè un sacco-lenzuola. Cosa che – ahimè! – noi non abbiamo fatto e di cui ci siamo presto pentiti. Fin dalla prima notte dopo la villa da sogno.

A Lovina, infatti, scegliamo Aditya Beach Resort, un resort con un giardino curatissimo e una bella piscina che utilizziamo sul far della sera. Inizialmente non volevamo nemmeno scendere a chiedere il prezzo, temendo che ci sparassero cifre esorbitanti, ma poi i 38 euro per la tripla con colazione compresa ci hanno convinti al volo. La camera che ci assegnano è molto spaziosa, con un letto più grande del normale e un terrazzino che si affaccia sul meraviglioso giardino. Il mare è poco più in là e ne sentiamo il profumo nell’aria. Il bagno è l’unica nota stonata, con uno stile che dichiara senza mezzi termini tutti i decenni di servizio alle spalle. Guardando ora per la prima volta il sito internet, vedo che di quel bagno non c’è traccia. O li hanno messi a nuovo in questi mesi oppure esistono camere rifatte completamente e altre no. A noi evidentemente sono capitate in sorte queste ultime.
La sera usciamo in cerca di un ristorante per evitare di fermarci in quello del resort, caro per gli standard locali e con una cucina orientata verso la clientela internazionale. Purtroppo nei dintorni dell’hotel non troviamo proprio nulla e così facciamo ritorno sui nostri passi. Ci sediamo sotto a un gran padiglione decorato con gusto orientale, ordiniamo alcuni piatti indonesiani e, mentre aspettiamo di essere serviti, il nonno ci dice: guardate un po’ chi ci osserva da lassù …
Un bel topolone se ne sta fermo in cima alla trave che sorregge il tetto del padiglione e quando noi alziamo gli occhi scappa un po’ più in là. Per fermarsi subito dopo, ad osservare dall’alto camerieri e piatti fumanti. La scena si ripete diverse volte e nell’arco di qualche minuto non siamo più gli unici ad aver notato la sua presenza. Siamo in un’isola tropicale e la cosa non mi infastidisce affatto. Anzi, mi sembra una scena di Ratatouille e la buttiamo sul ridere.
Ridiamo meno la mattina seguente, dopo una notte trascorsa a cercar di ignorare gli animaletti invisibili – pulci? o che altro? – presenti nelle lenzuola che si sono divertiti a pizzicarci per il corso dell’intera nottata. Ecco, è questo il momento in cui per la prima volta penso all’utilità di un sacco-lenzuolo.
La mattina ci svegliamo prestissimo per andare a vedere i delfini all’alba e questo, insieme a una ricca colazione e allo snorkeling che ne segue, ci ripaga della nottataccia.

Lovina alba con delfini

Cosa non si fa per ammirare il sorgere del sole in compagnia dei delfini o in cima al vulcano

La sera seguente le cose non andranno molto meglio. Anzi!
Le guide lette sono chiare: ai piedi del vulcano Batur le strutture sono molto spartane visto che la maggior parte dei turisti vi si ferma una sola notte. Il tempo di veder sorgere il sole dalla cima della caldera del vulcano e la maggior parte è già diretta altrove. E noi, per fortuna, non facciamo eccezione – se si eccettua la tappa al bellissimo tempio dedicato alla dea dell’acqua.
Quando arriviamo a Kedisan ci mettiamo subito alla ricerca di una guida che ci accompagni in cima al vulcano la mattina seguente senza dover passare tramite agenzie, ma la cosa si rivela un’impresa più difficile del previsto. Solo dopo aver prenotato un’escursione privata iniziamo a cercare l’alloggio. Scartiamo a piè pari l’albergo con Spa alimentata dal vulcano che chiede $ 220 a notte e un altro paio di soluzioni che dire spartane è già far loro un lussuoso complimento.
Alla fine accettiamo di pagare € 28 per la grande camera con due letti matrimoniali dell’Hotel Segara, spartana ma all’apparenza sufficientemente pulita. Guardando ora il sito internet, che ha solo foto di casette in mattoni e nessuna traccia di quelle capanne con le pareti fatte di foglia di palma intrecciata (tipo quelle che ho descritto qui), mi sorge il dubbio che ci abbiano messo a dormire nell’area riservata al personale. Questo potrebbe spiegare “lo stile” dei bagni e quello che ci è successo andando a letto. L’indomani dobbiamo alzarci alle 3 del mattino e dopo cena ci concediamo solo qualche minuto per ascoltare le prove dell’orchestra gamelan, riunita dall’altro lato della strada, prima di ritirarci nelle nostre camere. Mettiamo subito a letto Samir e quatti quatti iniziamo a preparare gli zaini e i vestiti per il giorno dopo. Capiamo subito che non ci sarà modo di contenere il rumore del nonno che russa dall’altra parte delle foglie di palma, ci guardiamo e ridiamo divertiti pensando che questa volta avremmo potuto davvero risparmiarci le due camere. E’ a quel punto che alzo le lenzuola, vedo qualche peletto e crosticina di troppo, spazzo tutto con la mano cercando di auto convincermi a non far troppo la schizzinosa. La stanchezza è molta e le ore di sonno a disposizione solo cinque prima di affrontare un dislivello di 700 metri al chiaro di luna. Posiziono bene il cuscino, mi stendo, allungo il piede e  …… aaaaaaaah! Un grido squarcia la tranquillità della notte. E’ il mio!
In fondo alle lenzuola c’è qualcosa e non ho capito bene di cosa si tratta. Salto dal letto, le alzo e … mi ritrovo un pigiama abbandonato da chissà chi.
Chiedo al papà di andare a pretendere un paio di lenzuola pulite e intanto guardo sconfortata mio figlio dormire nel letto accanto, cercando di non pormi la domanda se le sue sono state cambiate o meno. Quando arriva il signore dell’hotel non capisce a cosa mi riferisco indicando il pigiama ai piedi del letto. “Non è nostro”, aggiungo per fugare ogni dubbio. “Davvero? Allora scusate” dice, prendendolo e andandosene via. “Ehi! Mi scusi” grido per bloccarlo prima che sia troppo tardi, “ci può portare delle lenzuola pulite?”. Si ferma di colpo, fa qualche passo indietro e dice perplesso “A quest’ora?”. “Sì, a quest’ora” aggiungo con il sangue che mi schizza al cervello e una gran voglia di scappar via.
L’indomani a colazione il nonno ci dice “non vorrei insinuare in voi qualche dubbio, ma ho avuto come l’impressione che le lenzuola non fossero state cambiate da una decina di giorni considerato il loro colore su entrambi i lati”. “Papà, altro che dubbio! Noi ne abbiamo la prova” dico ancora disgustata. Ma la notte per fortuna è passata e scoppiamo tutti a ridere.

Questa è stata in assoluto la notte peggiore di tutta la vacanza. Nei giorni seguenti ci aspettano un piccolo villaggio di bungalow a Candi Dasa e un albergo a Padang Bai. Il primo – di cui purtroppo non ricordo il nome – ha visto sicuramente tempi migliori, ma è pulito e per noi questo è sufficiente. Il secondo è decisamente il migliore tra quelli provati a Bali e, essendo vicino al porto, è una buona base per prendere il traghetto per le isole Gili senza dover chiamare il taxi.

chissà fra quanto anche qui i cavalli verranno mandati in pensione dai motori?

chissà fra quanto anche alle Gili i cavalli verranno mandati in pensione dai motori?

Arriviamo alle Gili in pieno agosto e senza aver prenotato nulla. Scegliamo Gili Meno, la più tranquilla delle tre, e ci è chiaro fin da subito che quel paradiso di cui molti parlano è ormai perduto. Se si eccettua l’assenza di mezzi a motori sull’isola, lo sviluppo turistico è arrivato fin qui e le strutture che si affacciano sul mare sono un inno agli standard occidentali. Anche nel prezzo.
Ovviamente non c’è più posto e dopo aver bussato a una decina di porte iniziamo a dubitare di riuscire a trovare un letto per la notte. Poi il miracolo. Riusciamo a trovare le ultime due camere disponibili in un mini complesso formato da una decina di bungalow in muratura dall’apparenza assai recente. In camera c’è solo il letto e un comodino, nulla più. Il bagno è in muratura, ma semi-aperto nella parte superiore. Il prezzo richiesto per la camera doppia – € 48 a notte – è decisamente un furto per gli standard indonesiani, soprattutto se consideriamo i servizi offerti e la colazione composta da un solo pancake con tè o caffe. Non ci pensiamo due volte e le confermiamo al volo. Per scoprire, fin dalla prima notte, che anche qui le lenzuola hanno quegli animaletti invisibili che ci pizzicano in continuazione. Inutile dire che Samir chiama tuttora Gili Meno l’isola delle pulci e temo che non riusciremo a fargli cambiare idea tanto facilmente.

Indecisi se fermarci alle Gili per il resto della vacanza, alla fine decidiamo di spostarci a Lombok in cerca di un alloggio senza strani compagni di letto. Ci dirigiamo subito verso Kuta, la zona al momento meno sviluppata turisticamente nel versante meridionale dell’isola. La richiesta di papà è chiara e inamovibile: le ultime notti devono essere in un posto comodo e pulito. Non si discute!
Ci fermiamo a vedere un paio di strutture senza grosse pretese – anche qui l’offerta turistica è in forte espansione – e le migliori sono tutte occupate. Le altre ci ricordano troppo situazioni appena vissute e preferiamo evitare. E’ così che ci ritroviamo al Novotel Lombok Resort and Villas, il classico resort da viaggio di nozze con prezzi a notte pari allo stipendio mensile della popolazione locale. Sai bene come la penso sugli hotel di catena, ma questa volta non potevamo fare scelta migliore …
Mentre aspettiamo che preparino le nostre camere, Samir si stende sulla panca della lobby e inizia a dire di non sentirsi molto bene. Di lì a un’ora ha la febbre sopra ai 40°C e per 24 ore sarà moribondo. Io e papà trascorriamo 3 giorni a darci il cambio tra la camera e la spiaggia, facendo a turni anche per mangiare. Insomma, addio all’idea di girovagare per Lombok con lo scooter…
La struttura è pulitissima, la camera molto spaziosa e dotata di tutti i comfort possibili e immaginabili, il letto strabocca di cuscini nonostante in bagno ci sia un cartello che invita a limitare il cambio di lenzuola e asciugamani per il bene del pianeta. Al posto degli ombrelloni, in spiaggia, ci sono dei comodissimi gazebo e il ristorante serve a buffet ogni ben di Dio. Insomma, dopo una settimana degna dei migliori guerrieri spartani, siamo di nuovo tra le stelle.

resort indonesia lombok

mille domande mi affollano la testa in questi giorni di obbligato riposo a Lombok…

Eppure fin da subito mi sento a disagio. E’ una decina d’anni che volutamente non soggiorno in strutture di questo tipo e a quanto pare non è cambiato nulla…
I dipendenti locali trattano ancora con forte aria di sottomissione i ricchi turisti occidentali, pronti a soddisfare ogni loro capriccio. Lo splendido sorriso del popolo indonesiano è impacchettato in vuote espressioni di circostanza, lontano mille miglia dal calore che abbiamo sperimentato altrove. Ma quel che è peggio sono i vicini di ombrellone, che si permettono di affermare con nonchalance che l’isola è proprio una gran delusione: fuori c’è così tanto sporco e povertà che non vale la pena uscire. Uscire da questo paradiso artificiale nato e costruito nel nulla solo per compiacere i futili desideri di chi è nato nella parte “fortunata” del pianeta – mi vien subito da pensare!

Anzi, no. Ora che ci penso c’è qualcosa che mi da ancora più la nausea dei vicini d’ombrellone. Sono le guardie che fanno la guardia in spiaggia perché la popolazione locale non si avvicini troppo a disturbare i turisti intenti a scattarsi un’infinità di selfie ai piedi con il mare come sfondo. Molti di questi locali sono bambini, forse figli dei camerieri che ci servono il pranzo e la cena per un paio di centinaia di euro al mese. Qui siamo in pieno periodo scolastico e loro, invece di essere a scuola, trascorrono la giornata ad andare su e giù per la spiaggia con la mercanzia colorata sotto il braccio. Nonostante la tenera età, hanno già ben capito che per noi occidentali è più facile comperare qualcosa dalle mani di un bambino o allungare spontaneamente una banconota verso gli occhioni che hanno appena finito di posare guancia a guancia con noi davanti all’obiettivo, che fare affari con i genitori e i fratelli maggiori. Questi ultimi evidentemente ci ricordano troppo gli extracomunitari che sbarcano sulle spiagge italiane e la nostra coscienza rischia di essere facile preda dell’indifferenza con cui quotidianamente guardiamo in TV i barconi arrivare dall’altro lato del Mediterraneo. Ma quando siamo in vacanza, davanti a dei negretti sorridenti, è facile esibire “il meglio” di noi e più tardi sperticarci in applausi quando li vediamo esibirsi in ristorante in danze che hanno ormai perso ogni spontaneità e significato tradizionale.

resort a kuta lombok

scene di ordinaria follia in quelli che per noi sono paradisi tropicali

A questo penso sotto al cielo stellato di Lombok. Con un pizzico di gratitudine verso il Destino che mi ha fatto testare con mano anche il lato “stAllato” di un paese che, ahimè, mira sempre più a raggiungere i nostri “miseri” standard occidentali. E temo non ci impiegherà molti decenni a farlo…

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Un commento su “Vacanze in Indonesia. Dalle stelle alle stalle, andata e ritorno

  1. Oreste Sartori
    22 dicembre 2015

    Ciao,sono a bali da più di un anno! Vivo a ubud! Avevo voglia di mare, che non fosse Kuta! Ho soggiornato per un mese ad Amed! Dovrei scrivere un romanzo solo per le note negative! Ti posso dire che non esiste un poliziotto in giro per il paese, i locali fanno quello che vogliono! Di due albergatori, uno si è preso i soldi dell’acconto e non l’ho più visto! L’altro mi voleva affittare una stanza con vista mare ,come le foto false che aveva fatto girare in rete..ma vista porcile! E qui gli allevamenti di maiali non mancano !
    Se per un balinese truffare un turista non è reato..beh qui ad Amed penso sia nato il virus Della disonestà! Sorrido quando nei forum parlano di alloggi puliti e di gente cordiale e sorridente! Io che ci devo convivere ho un’opinione di questa gente che non scrivo per non rischiare di andare in Black List!

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Questa voce è stata pubblicata il 5 marzo 2015 da in al mare, appartamento, B&B, hotel, Indonesia con tag , .

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